Naturalmente bello.

di Francesco Bevilacqua

«Salimmo verso la montagna a nord della città ed entrammo in una folta foresta costituita, vicino alla pianura, da querce e più in su da castagni. Sul far del giorno arrivai in cima dove sostai per far riposare i cavalli e per godermi il panorama. Infatti, quando la luce divenne tale da mostrare in maniera chiara il paesaggio, una scena di squisita bellezza si rivelò ai nostri occhi : le montagne si incurvavano dolce- mente da ogni lato cingendo come in un abbraccio la pianura resa ricca e varia dai più bei prodotti della natura; una catena di montagne meno elevate correva perpendicolarmente verso sud elevandosi gradualmente fino alle cime nevose dell’Aspromonte. Il mar Ionio appariva a tratti tra le alture e rifletteva intensamente i raggi del sole nascente, mentre il Tir- reno era ancora avvolto dalle ultime ombre della notte che si diradava- no rapidamente all’avvicinarsi della luce del sole. Solo il pensiero che il cammino da compiere prima di sera era lungo poté staccarmi così presto da un luogo che offriva un paesaggio tanto insolito e meraviglioso. Per quindici miglia salimmo e scendemmo alternativamente montagne dopo montagne attraverso boschi di cui non si scorgevano i confini».

Henry Swinburne

Così annotava sul suo diario di viaggio lo scrittore britannico Henry Swinburne, tra il 1783 e il 1785, attraversando la zona culminale del gruppo montuoso del Reventino, da ovest ad est.

Non è che una delle tante descrizioni di paesaggio, colme di ammirazione, di viaggiatori stranieri che attraversarono questi luoghi, così carichi di bellezza e di identità.

Il territorio del Reventino si estende, in forma di dorsale con andamento ovest-est, nel tratto più meridionale della Sila Piccola o Catanzarese, dal Monte Mancuso (m. 1.327) al Monte Gimigliano (m. 822), passando per il Monte Reventino (m. 1.417), comprendendo al suo interno la porzione sud-occidentale di quella che è altrimenti detta Presila Catanzarese. Alla Sila esso si salda, a nord, con una linea poco distinguibile di rilievi, tra cui spiccano Colle dei Manni (m. 977) e Monte San Tommaso (m. 960). A sud e a ovest, invece, la demarcazione è nettissima, essendo la catena appenninica interrotta dallo stretto e basso Istmo di Marcellinara e dalla Piana di Sant’Eufemia. A est, dove si stendono le contigue valli dell’Amato e del Corace, il confine ideale è nella breve dorsale tra Monte Gimigliano e Monticello (m. 1.088), tra Carlopoli e Cicala. A nord- ovest, invece, dove si dipana la valle del Savuto, il confine può ritrovarsi in un affluente in sinistra idrografica del Savuto stesso, il Fiume Grande, che in alto si dirama e assume altri nomi (Vallone del Pruno, Fosso Casale, Fosso Magalda e Fiumicello sul lato di San Mango d’Aquino e di Martirano Lombardo; Fiume della Coda su quello di Nocera Terinese).

Laddove, però, il margine della nostra area compie un largo arco da ovest verso nord, l’ulteriore confine va individuato nel rilievo di Campomaggio (m. 904), tra San Mango d’Aquino e Martirano Lombardo, e nel complesso di valli e rilievi che si estendono tra i due comuni di Martirano (Martirano e Martirano Lombardo) e quello di Motta Santa Lucia. Il comprensorio, sotto il profilo geologico, fa parte del massiccio della Sila e, più in generale, del cosiddetto blocco granitico-cristallino del centro-sud della Calabria, che si distingue nettamente dal complesso calcareo-dolomitico del nord della regione.

Del gruppo montuoso del Reventino si è occupato, in particolare, negli anni ’70 Walter Alvarez, dell’Università di Berkeley, in California. Alvarez, nel confermare che le rocce che affiorano su questo monte sono del tutto simili a quelle rinvenibili in Sardegna, Corsica e Alpi, ha teorizzato che la Calabria rappresenti un frammento della Catena Alpina successivamente incorporato nell’edificio appenninico.

Secondo Alvarez e una serie di suoi seguaci italiani tra cui Franco Tavernelli, dell’Università di Siena, la chiave degli spostamenti geologici della Calabria è racchiusa proprio nelle rocce che affiorano sul Monte Reventino. Queste rocce, che Tavernelli definisce «scisti verdi», rappresenterebbero i relitti dell’antico oceano di Tetide dalla cui chiusura si sono originati le Alpi e l’Appennino.

Soprattutto sul versante occidentale del gruppo, sono ben individuabili quattro serie di terrazzi posti a varie altezze. Si tratta di terrazzi marini prodottisi allorché buona parte del territorio calabrese era sommerso dal mare grazie all’azione del moto ondoso che spianava le asperità delle rocce e, colmando le depressioni con i materiali litici portati dai fiumi, livellava il terreno. Il periodico sollevarsi della Calabria ha portato allo scoper to questi curiosi pianalti, per altro dotati, nella nostra zona, di incantevoli visuali verso il mare.

Vi sono poi le grandi conche montane di Decollatura e di San Mazzeo, vere e proprie depressioni dalla forma vagamente circolare, circondate da rilievi salvo che nei punti in cui ne scaturiscono le val- li fluviali (quelle dell’Amato e del Corace per la prima, quelle del Pe- trullo e del Bagni per la seconda), che parrebbero richiamare forme di antichi bacini lacustri del Quaternario.

In qualche modo collegato al fenomeno precedente è quello dei canyon fluviali. Il nostro gruppo annovera due tra i canyon più spettacolari – per quanto misconosciuti – dell’intera Calabria. Il primo è quello dell’Amato che si fa strada proprio al di sotto dell’abitato di San Pietro Apostolo. Il secondo è quello del Corace, nel tratto sottostante l’abitato di Gimigliano. In entrambi i casi siamo di fronte a due vere e proprie meraviglie geologiche, forgiate nei millenni dall’erosione dell’acqua che si è incuneata tra impervie pareti di roccia. In diversi punti si aprono larghe e profonde pozze (le cosiddette «gorne») fra massi ciclopici. I rapidi cambiamenti di quota creano cascate alte anche sino a venti metri. La for- te antropizzazione delle due valli ha prodotto nei secoli mirabili mulattiere, a tratti scavate nella roccia, che scendono nei fondivalle e risalgono sul lato opposto, dopo avere attraversato i canyon su aerei ponticelli di legno (in gran parte distrutti o sostituiti con ponti in muratura), ma anche mulini, favoriti dalla possibilità di utilizzare la forza idraulica dell’acqua, captata con altrettanti sorprendenti canali («acquari») che convogliavano l’acqua nelle torrette di scarico («saitte») sugli ingranaggi delle macine. Esisto- no poi diverse altre gole di dimensioni inferiori alle due appena citate ma non per questo meno affascinanti: tra le altre, quelle del Torrente della Coda, del Fosso Petrullo, del Fosso Tiritubbo, del Torrente Sant’Elia.

Altro fenomeno geomorfologico tipizzante il nostro gruppo, sono le grandi e piccole rupi che d’improvviso s’innalzano sulle pendici o sui costoni dei monti e che sono dette comunemente «pietre» o «timpe» [Pietra del Corvo (Conflenti), Pietra Pizzuta (Serrastretta), Petr ’e Fota (Decollatura), Pietre Pagane (Decollatura), Pietra dei Margari, Rupi del Tiritubbo, Pietra dei Cento Ducati, Pietra di Scifo (Serrastretta)]. Le vedute che quasi sempre si godono dalla loro sommità sono assolutamente incomparabili. Mentre, dove le pietre sono «sommerse» dall’imponenza del bosco, a sorprendere l’osservatore, sono le sembianze mostruose delle pietre che compaiono all’improvviso lungo il cammino, le fenditure e i pertugi, gli alberi pensili che sbucano dalla roccia, i morbidi velluti di muschio e le cascate di felci.

Ultimo fenomeno geologico al quale dobbiamo fare cenno sono le grotte.

Quantunque la memoria collettiva della zona serbi il ricordo delle «grotte delle fate» nella zona del Reventino, è certo che se esse sono realmente esistite (e qualcuno sostiene che ve ne sia una nei pressi della Fossa della Chiesa) si tratta di semplici fenditure, come quella che si rinviene sulle rupi poste poco sotto l’anticima del Reventino stesso, sul versante nord-ovest.

Il carsismo, infatti, è fenomeno tipico solo dei terreni calcarei e questi sono presenti solo in due settori marginali del gruppo, sul Monte Sant’Elia e sul Monte Tiriolo. La grotta carsica più grande e complessa è quella di ’Ntoni Maria, sul versante sud del Sant’Elia. La grotta – visitabile solo in assetto speleo e con notevoli difficoltà tecniche – annovera due ampie sale con straordinarie architetture naturali di stalagmiti e stalattiti, oltre che antri, pozzi e cunicoli intermedi e il vasto riparo esterno. Le grotte del Monte di Tiriolo, invece, sono collocate attorno alla cima di quest’ultimo. Si tratta per lo più di inghiottitoi scavati vertical- mente dall’erosione dell’acqua. La Grotta dei Meandri del Fico raggiunge la profondità di 109 metri. A sviluppo verticale è la Grotta du Rumitu. Nel suo insieme, il gruppo presenta una forma complessa: un grande arco montuoso leggermente convesso a sud, che va da est a ovest, con rilievi dai crinali non acuti ma sempre arrotondati per il lungo tratto compreso tra il già citato Monte Mancuso e Monte Portella (m. 1.039). Sempre questo primo tratto presenta i versanti meridionali (e in parte anche quelli occidentali) e i relativi contrafforti particolarmente ripidi, in quanto scendono da 1.300/1.400 metri di quota fin sulla Piana di Sant’Eufemia o sull’Istmo di Marcellinara in breve spazio.

Questa caratteristica determina anche la particolare acclività delle valli di questo versante e le profonde incisioni fluviali che, in passato, causa i massicci diboscamenti, produssero disastrose alluvioni. Gli opposti versanti settentrionali sono meno aderti ma pur sempre ripidi e anch’essi in- cisi da una fitta rete di corsi d’acqua. Minore è, in questo caso, il dislivello colmato, vista la giacitura a 700/800 metri di quota della Conca di Decollatura.

A est di Monte Portella, riscontriamo tutt’altre caratteristiche morfologiche. Innanzitutto vi è un rilievo originalissimo e apparentemente avulso dal contesto ambientale, dalle pendici abrupte e rocciose e dal crinale acuto e seghettato, quantunque di modesta elevazione, ossia il Monte di Tiriolo (m. 832). Mentre per il resto, sia la dorsale che dal Monte Tiriolo risale verso San Pietro Apostolo che quella che da Monte Gimigliano risale verso Cicala e Carlopoli, riacquistano le caratteristiche proprie dei rilievi compresi tra il Mancuso e il Portella.

Vari sono i tratti caratteristici del paesaggio: gli antichi castagneti da frutto costellati di «caselle» di pietra dove si essiccavano le castagne; le foreste di quota; le grandi conche prative costellate di villaggi e di coltivi (in quella di Decollatura vi è anche un tratto ferroviario secondario ancora attivo), che, viste dall’alto, paiono plastici costruiti da un mirabile architetto; le intricate giungle mediterranee delle valli; i canyon incassati e rocciosi. Pano- rami sconfinati, che spaziano sino ai mari Tirreno e Ionio, si godono da diverse cime del gruppo.

La natura, per quanto umanizzata e trasformata nei secoli dall’intervento antropico, prevale su tutto il territorio. Cosicché sono ancora rinvenibili ecosistemi di gran pregio, con specie di flora e di fauna di sicuro interesse.

Le specie arboree più diffuse, sono il faggio, il cerro, il castagno, l’ontano napoletano, il pioppo tremolo, l’acero di monte nelle zone più alte, il leccio, la roverella, la sughera, il pioppo nero, l’ontano nero e il salicone nelle zone più basse e sul fondo delle valli fluviali. Buona parte dell’area compresa tra Monte Mancuso e Monte Reventino, poi, a metà del secolo scorso fu rimboschita a conifere per ragioni di stabilità idrogeologica del- le valli. Nella fauna spiccano il lupo, il capriolo, l’istrice, il tasso, il cinghiale, la volpe, la martora, lo scoiattolo, la poiana, il gheppio, l’astore, lo sparviere, la vipera, il cervone, la trota fario.

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